domenica 31 ottobre 2010

Prefazione di Vezio De Lucia a Venezia: terra e acqua

Questa la bella prefazione di Vezio De Lucia al volume di Gigi Scano, Venezia: terra e acqua

La prima edizione di Venezia: terra e acqua fu pubblicata nel 1985 dalle Edizioni delle autonomie, nella collana Amministrare l’urbanistica. Una collana che, dai primi anni Settanta per quasi un ventennio, pubblicò decine di testi, alcuni con altissime tirature e più volte ristampati, annoverando fra gli autori Giuseppe Branca, Giuseppe Campos Venuti, Valeria Erba, Italo Insolera, Michele Martuscelli, Stefano Rodotà, Mariella Zoppi, e tanti altri. Era un bell’esempio della cosiddetta editoria di servizio, i suoi libri furono molto diffusi fra i funzionari comunali e gli amministratori locali, in particolare di sinistra, aderenti alla Lega per le autonomie. I volumi più venduti furono quelli di carattere manualistico, sull’attuazione delle leggi e sul miglior uso degli strumenti urbanistici, ma ebbero un’ottima accoglienza anche i libri che illustravano esperienze particolari o cronache urbanistiche secondo noi meritevoli di essere conosciute.
A quest’ultima categoria appartiene il libro di Gigi Scano, che racconta le vicende del territorio veneziano e del suo governo dalla caduta della Serenissima al 1985. Per un millennio, forti e consapevoli istituzioni di governo seppero mantenere e rinnovare continuamente il rapporto della città con il suo complesso sistema ambientale. Ma, dopo Campoformio, il crollo di quelle istituzioni portò alla frammentazione e all’appropriazione privatistica del territorio con la moltiplicazione di scempi, manomissioni, vere e proprie depredazioni. La grande mareggiata del 1966, riaprendo con forza il dibattito civile e culturale su Venezia e la sua Laguna, ripropose le idee, le virtù e i valori che avevano guidato nei secoli l’esperienza veneziana: la centralità del sistema lagunare; l’unitarietà di litorali, Laguna ed entroterra; la “demanialità” delle risorse territoriali. La lenta e faticata riaffermazione di questa filosofia, e il ben più frequente rifiuto di essa, sono il contenuto del libro, nel quale perciò, inevitabilmente, prevale l’accusa. «Ma un’accusa che rifiuta il disperare», scrive lo stesso Scano nella quarta di copertina della prima edizione. Un’edizione rapidamente esaurita e mai più ripresa nonostante le sollecitazioni dell’autore e dei direttori della collana.
Grazie alla lodevole iniziativa di Marina Zanazzo, che ha fondato e con mirabile sobrietà conduce la nuova casa editrice Corte del fontego, rinasce Venezia: terra e acqua. Arricchito da più recenti scritti dell’autore e da un’appendice curata da Edoardo Salzano che documentano il fondamentale contributo di Scano alle vicende della Laguna e della città storica di Venezia anche negli anni successivi al 1985.
Ma questa seconda edizione è importante più di tutto perché fornisce l’occasione per evitare che si perda la memoria di Gigi Scano e della sua vita segnata da due prepotenti, lucide e tormentate passioni: Venezia e la politica. Una personalità irregolare, difficilmente classificabile, caratterizzata da un’illimitata disponibilità per l’interesse pubblico, al quale ha sacrificato le più elementari necessità. Morendo povero.

Luigi Emilio Scano nacque a Venezia il 18 febbraio 1946. Il secondo nome gli fu dato perché suo padre era amico fraterno di Emilio Lussu e iscritto al partito sardo d’azione. Frequentò il liceo Marco Polo di Venezia e s’iscrisse alla facoltà di scienze politiche. Conobbe Renato Mieli, padre di Paolo, uno dei fondatori dell’agenzia Ansa, già direttore nel 1946 dell’Unità di Milano e poi responsabile esteri del Pci, partito che lasciò nel 1956 al tempo della repressione sovietica in Ungheria. Lasciato il partito, Mieli aveva fondato il Ceses (Centro studi sui paesi dell’est) con il quale Scano collaborò per quattro anni, dal 1970 al 1974, organizzando corsi di formazione presso la fondazione Fini e altre sedi prestigiose. Giovanissimo, Scano era stato iscritto al partito liberale, dove aveva conosciuto Antonio Casellati con il quale strinse un’amicizia durata tutta la vita. La militanza in quel partito durò pochissimo per dissensi di politica generale e divergenze fra gli iscritti veneziani (ma Scano continuò sempre a definirsi “vecchio liberale”).
Insieme a Casellati, Cino Casson, Gian Maria Rosa Salva e altri dissidenti liberali fu accolto nel 1967, non senza qualche contrasto, nel partito repubblicano, il partito di Ugo La Malfa che mostrò sempre per Scano stima e amicizia. Nel Pri, Gigi fu segretario dell’unione veneziana dal 1970 al 1973, e poi dal 1983 al 1985. Ma dopo la morte di La Malfa (1979), i rapporti all’interno del partito non furono più facili e visse con disagio le critiche alla sua posizione giudicata troppo di sinistra.
Intanto, nel 1973, era subentrato nel consiglio comunale di Venezia a Casellati che si era dimesso. Fu confermato consigliere nelle elezioni del 1975 e restò in carica fino al 1980. Poi, nel 1995, avendo lasciato tre anni prima il partito repubblicano, fu eletto consigliere provinciale indipendente nelle liste del Pds, e fu presidente della commissione consiliare all’urbanistica e ai trasporti, ma nel 1998 si dimise per dissensi politici e di politica del territorio.
Dopo l’esperienza con il Ceses, collaborò, dal 1977 al 1980, alla formazione del piano comprensoriale di Venezia che comprendeva il territorio del capoluogo e di altri quindici comuni del bacino lagunare. Quel piano avrebbe dovuto disegnare il futuro dell’area lagunare, armonizzando, come previsto dalla legge, la tutela dell’ambiente con la vitalità socio-economica. Grazie proprio alla competenza di Scano e alla sua inesauribile capacità di lavoro, il piano comprensoriale fu redatto in meno di due anni, in una situazione di permanente instabilità politica. Ma finì in un cassetto, perché sgradito al potere, specialmente a Gianni De Michelis, allora patron del partito socialista veneziano.
Fra il 1981 e il 1982 e poi dal 1988 al 1990 fu consulente del comune di Venezia, si occupò di programmazione, e sempre più di urbanistica e dintorni, predisponendo le osservazioni del comune al piano comprensoriale, affrontando le questioni legate alla interpretazione, applicazione e aggiornamento della legislazione speciale per Venezia, curando la redazione dei nuovi strumenti urbanistici: la variante al piano regolatore generale per le zone non urbane della penisola del Cavallino e, soprattutto, il nuovo piano regolatore generale della città storica.

Gigi ha offerto insomma a Venezia (che nessuno conosceva come lui, dalla storia all’idraulica, all’arte, all’economia) il meglio di se medesimo: come amministratore, come esperto e consulente, e anche senza titolo formale, collaborando con l’amministrazione quando ne condivideva l’orientamento; come coscienza critica – anche aspramente e duramente critica – quando diversa era l’impostazione politica e programmatica. Ma fu sempre a disposizione di amministratori e funzionari che apprezzavano il suo impegno. Edgarda Feletti, per anni dirigente dell’urbanistica comunale, legata a Scano da un comune sentire, conferma che, finché visse, fu un irrinunciabile punto di riferimento, permanentemente disponibile e pronto a elaborare documenti, atti, memorie, pareri e norme per risolvere un problema, migliorare un provvedimento, superare una difficoltà.
Fu costante nella vita di Scano l’impegno generoso a favore di organizzazioni culturali e di associazioni ambientaliste. Si occupò a lungo dell’Inu – Istituto nazionale di urbanistica – nel cui consiglio direttivo nazionale fu eletto nel 1980 e confermato per oltre un decennio, svolgendovi un ruolo da protagonista, come coordinatore della commissione giuridica e quindi autore delle successive proposte di legge dell’Inu sull’urbanistica o, più precisamente, sul “regime degli immobili”. All’inizio degli anni Novanta, com’è noto, cominciò a soffiare il vento del revisionismo, del riflusso accademico e corporativo, che spingeva l’istituto su posizioni sempre più lontane da quelle che avevamo contribuito a definire negli anni precedenti e che infine lo condusse su una posizione collaterale a quella della destra di Berlusconi.
Scano decise perciò di abbandonare l’Inu e di fondare una nuova associazione “di tendenza”, non appesantita da problemi di gestione e di funzionamento. Nacque così, nel marzo del 1992, Polis, associazione la cui finalità era di «promuovere una disciplina del territorio fondata sull’assunzione degli obiettivi della tutela della sua integrità fisica e della sua identità culturale, e del conferimento a esso di più elevati caratteri di qualità formale e funzionale»[1]. Scano fu subito eletto segretario, con poteri quasi monocratici. In effetti, per un lungo periodo, condusse l’associazione quasi da solo, scrivendo centinaia di documenti, appelli alle autorità, denunce, comunicati stampa. Non smettendo mai di proporre testi di legge in materia di urbanistica, a scala nazionale e regionale, molto spesso ripresi da parlamentari ambientalisti e di sinistra.
Scano ebbe sempre rapporti con Italia nostra, particolarmente intensi con Gaia Pallottino negli anni della presidenza di Desideria Pasolini dall’Onda. La collaborazione assunse anche la forma di iniziative congiunte Italia nostra-Polis, importante soprattutto l’articolato di legge da lui curato relativo alla tutela dello spazio agricolo e naturale predisposto all’inizio del 2005 a conclusione di un ciclo di iniziative dell’associazione sul paesaggio agrario. La proposta, molto in sintesi, è basata sulla necessità di riconoscere qualità di “bene culturale” al territorio non urbanizzato, sia esso in prevalente condizione naturale sia destinato alla produzione agricola o forestale, inserendolo nella lista delle categorie di beni tutelati della legge Galasso.
Collaborò con molte altre associazioni culturali, movimenti di varia ispirazione, dal No Mose, al Forum per la laguna, al comitato per la tutela di Fiesole, a chiunque sollecitasse un suo contributo.

L’amore di Gigi per il diritto e la sua indiscussa attitudine a elaborare testi legislativi (contribuì tra l’altro, sotto varie forme, alla predisposizione di testi di legge regionali per l’Umbria, la Toscana, il Lazio, il Veneto) vanno ricordati anche per l’aiuto da lui fornito ad Antonio Cederna, parlamentare della sinistra indipendente dal 1987 al 1992, in particolare su due testi di legge fondamentali: quello sulla difesa del suolo e quello su Roma capitale. Lo stesso Scano ne ha dato conto in maniera molto puntuale nello scritto oggi raccolto nel volume Un italiano scomodo. Attualità e necessità di Antonio Cederna, curato da Maria Pia Guermandi e Valeria Cicala (Bologna, Bononia University Press, 2007). È l’ultimo suo scritto importante ed è una preziosa testimonianza dell’operativo sodalizio che si era stabilito fra loro. Scano ricostruisce accuratamente anche l’elaborazione della proposta di legge Cederna del 1991 per la salvaguardia di Venezia e della sua laguna, che però non riuscì neppure a iniziare il suo iter parlamentare, e ricorda infine di non aver condiviso, e a ragione, il favore di Cederna per la legge del 1991 in materia di aree protette.

Scano ha scritto moltissimo – centinaia di articoli, decine di saggi, un numero incalcolabile di documenti – in materia di diritto, di politica, di pianificazione, di ambiente, di paesaggio, di beni culturali, di problemi abitativi, e naturalmente di Venezia, da ogni punto di vista. Ha lasciato molti scritti che non ha avuto il tempo di sistemare e chissà se sarà mai possibile renderli pubblici e disponibili. Neppure ha avuto il tempo di sistemare il suo preziosissimo archivio di documenti sull’urbanistica veneziana. Lascia pochi libri, rispetto ai tanti che poteva scrivere. Accanto a Venezia: terra e acqua, un altro libro - scritto insieme a Filippo Ciccone - meriterebbe di essere recuperato, I piani paesistici. Le innovazioni dei sistemi di pianificazione dopo la legge 431, Roma, La nuova Italia scientifica, 1986 (prima edizione) e 1988 (seconda edizione rivista e ampliata). Gigi curò gli aspetti legislativi, di storia della legislazione, di giurisprudenza costituzionale. Fra i suoi scritti incompiuti e inediti, mi pare meritevole di segnalazione un lavoro molto ampio e documentato titolato I beni ambientali e il paesaggio nell’evoluzione della legislazione italiana (reperibile sul sito eddyburg), che ricostruisce le vicende del paesaggio italiano dalla legge sulla tutela delle bellezze naturali del 1912 fino al testo unico dei beni culturali del 1999, con un’accurata rassegna della legislazione regionale.  

Dal 1987, lasciato il mondo della cooperazione, Scano affrontò una faticosa e difficile attività di libero professionista, occupandosi di urbanistica, con un’insuperata conoscenza della materia, il che faceva di lui una risorsa, alla quale molti attingevano: amministratori, urbanisti, parlamentari, giornalisti, studiosi. A parte Venezia, di cui si è già dato conto, la sua attività è stata vastissima, dal piano paesistico dell’Emilia Romagna, ai piani regolatori di Napoli, Pisa, Positano, Eboli, Carpi, Duino Aurisina, Imola, Sesto Fiorentino, e Lastra a Signa, ai piani provinciali di Salerno, La Spezia, Lucca, Pisa, Foggia, al piano di assetto del parco regionale di Veio. La sua formazione giuridica lo portava a curare particolarmente la stesura delle norme, ma partecipava attivamente all’intero processo di pianificazione. 
Dal 1994 ha collaborato con il comune di Napoli. Quando fui amministratore della città, chiesi subito aiuto a Scano, che si dedicò con entusiasmo a un lavoro oscuro, faticoso, non retribuito. Dimostrò, insieme alle capacità già note, un’attitudine sorprendente e commovente a farsi carico di tutto. Stava a Napoli spessissimo, stabilì rapporti di eccellente collaborazione con i pochi, bravissimi, funzionari e operatori con i quali cercavamo di andare avanti. Va almeno menzionato un suo documento indirizzato al governo di lucida e feroce indignazione per l’annunciato condono nel governo Berlusconi della primavera del 1994, documento che fu sottoscritto da molti amministratori di città grandi e piccole. Ma soprattutto devo ricordare il suo impegno per il nuovo piano regolatore al quale si dedicò senza risparmio, curando specialmente la nuova disciplina del centro storico, alla quale contribuì anche Edgarda Feletti, che portò a Napoli l’esperienza maturata nella formazione del piano della città storica di Venezia.
Rivendicò sempre la sua autonomia nei confronti della committenza. Non aveva dubbi sulla natura strettamente politica della materia urbanistica, ma non si considerò mai un puro tecnico asservito alla politica, e quindi pronto a sottoscrivere qualunque “scelta politica” come salvacondotto per legittimare ogni tipo di operazione. Un atteggiamento scomodo, e Scano lo sapeva bene, che dava i suoi frutti solo quando la committenza pubblica condivideva le sue stesse concezioni politiche e culturali. Al riguardo non va dimenticato lo straordinario rapporto politico e umano che Scano stabilì con Carlo Moscardini, sindaco di Lastra a Signa e poi con Gerardo Rosania, sindaco di Eboli, noto per aver lottato senza tregua contro la speculazione malavitosa e per aver demolito, dal 1998 al 2000, ben 450 costruzioni abusive nella pineta demaniale, lungo la costa, superando difficoltà immani. Altrettanto solido e duraturo nel tempo è stato l’incontro di Gigi con molti tecnici di amministrazioni locali di altissima levatura morale e professionale, con i quali realizzò quell’unità d’intenti politici, tecnici e culturali alla quale sempre tendeva.

Concludo ricordando che Scano, a Eboli, organizzò anche, tramite l’associazione Polis, nell’ottobre del 2000, un bel convegno su “Il governo pubblico del territorio e la qualità sociale”. Nella sua non breve relazione introduttiva (anch’essa su eddyburg) ritorna la passione politica e la dimensione politologica di Luigi Scano, che propone una sorta di riepilogo del suo pensiero, dal generale al particolare, dalla globalizzazione ai piani particolareggiati. Qui mi limito a riprendere solo tre sue definizioni.
L’ideologia della globalizzazione «ha prodotto un comune sentire per cui quasi ogni aspetto della vita dell’umanità, e di ogni singolo individuo, appare determinato, e comunque dominato, dalle supposte “leggi naturali” dell’economia, concepita come una sorta di immane sistema neurovegetativo, nonché dalle altrettanto ineludibili e autoreferenziali esigenze della “tecnica” (oppure, in una visione minoritaria, e tutt’altro che autenticamente ed efficacemente antagonistica, da centri decisionali remoti, impersonali, irresponsabili)».
La sinistra di governo «immersa in un presente disancorato dalla storia, deprivatasi di principi e valori, ha finito con l’assumere come suo obiettivo una “modernizzazione” priva di qualificazioni, incapace di trasmettere messaggi significativi e di aggregare grandi interessi collettivi».
Il ceto politico di centro sinistra «privo di una vera identità programmatica, e di una robusta strategia, ha finito con il giocare di rimessa, facendosi sostanzialmente dettare l’agenda degli argomenti dagli avversari, e comunque da altri soggetti, nella presuntuosa e arrogante certezza di supplire a tutto con una superiore capacità tattica: riuscendo soltanto a dar prova di un tatticismo esasperato nel quale si manifestava l’assenza di maturate profonde convinzioni in merito a pressoché ogni argomento».
Tre definizioni che illustrano la cultura e l’intelligenza di Gigi “vecchio liberale”, allergico ai luoghi comuni e alle ideologie vigenti. Bastian contrario per scelta etica e filosofica.

Luigi Scano morì improvvisamente il 18 marzo del 2007. Nel giugno successivo, per iniziativa del sindaco Massimo Cacciari, fu ricordato in un incontro a Ca’ Farsetti. In quell’occasione, Anna Renzini citò uno scritto dello stesso Cacciari:
Forse non sarà più possibile una grande politica. Sarà però possibile un grande opportunismo. Questo è dato al politico che vuole governare i nostri catastrofici antagonismi: la capacità di “cogliere l’occasione”, di avvertire il mutamento nella sua rapidità, di mutare rapidamente. Può piacere o no: colui che non può affrontare questo conflitto, che sente questa politica frivola o indecente, che non può abbandonare la terribile serietà della decisione assolutamente discriminante, è meglio che si dia all’Impolitico. Qui, nell’Impolitico, si è ritirata (e conservata, forse) la dimensione della scelta e dell’impegno.

«Spesso mi viene da pensare – concluse Renzini – che l’allontanarsi di Gigi, ma non solo di Gigi, dalla politica abbia probabilmente a che fare con qualcosa di questo genere. Nel caso di Gigi, poi, per il quale la politica e la vita in qualche modo coincidevano, viene da chiedersi se qualcosa del genere non abbia a che fare con il progressivo allontanarsi di Gigi anche dalla vita».

Vezio De Lucia



[1] Insieme a Luigi Scano, fondatori di Polis furono Roberto Badas, Silvano Bassetti, Felicia Bottino, Teresa Cannarozzo, Antonio Casellati, Antonio Cederna, Filippo Ciccone, Vezio De Lucia, Antonio Iannello, Edoardo Salzano, Walter Tocci, Mariarosa Vittadini.

Nessun commento: